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Tipologia D: tema di ordine generale 2 ųŗŮÚŁ



3) Nella famiglia moderna, intesa come rifugio tranquillo e sicuro, si afferma il valo≠re dell'amore come esperienza che accomu≠na l'uomo e la donna e si aggiungono inoltre i valori della libertà e dell'autogestione, che permettono di rivalutare !'individuo.

L'uomo e la donna sono uguali sul pia≠no dei valori e dei diritti umani, anche se de≠vono tendere entrambi a diventare comple≠mentari nello scambio dei compiti e nella fi≠ducia reciproca che l'unione familiare mette continuamente alla prova.

Nella famiglia moderna inoltre la don≠na ha raggiunto, come moglie e come ma≠dre, una condizione di parità con l'uomo sia nella gestione della vita familiare sia nel≠l'educazione dei figli. La condizione di la≠voratrice, infatti, se le può creare alcune dif≠ficoltà quando i figli sono ancora in tenera età, incide senza dubbio positivamente sul suo ruolo all'interno della famiglia e, in ge≠nerale, nella società, determinando una maggiore apertura nell'educazione dei figli ed una maggiore comprensione, solidarietà e scambio d'esperienze tra i coniugi.

Certo, non possiamo nasconderci che tanto il papà quanto la mamma sono presi dalle loro attività lavorative, divisi da orari spesso assurdi e costretti a trascorrere gran parte della loro giornata fuori casa. Per quel poco che stanno in casa, spesso in orari di≠versi, sono ancora presi da tante faccende minute, mille operazioni costituenti il nor≠male ménage familiare: dalla spesa alla pu≠lizia della casa, dalla cucina alla manuten≠zione del vestiario e, posto che si crei qual≠che pausa, sono allora troppo stanchi, trop≠po provati per potersi dedicare ai problemi piccoli e grandi dei loro figli.

Per ovviare a questo problema che è tanto grave quanto diffuso, si è fatto ricorso all' estensione della scolarità (che si tratti di scuola vera e propria come il tempo pieno, oppure di servizi sociali come gli asili-nido, i doposcuola, ecc.) almeno per "tamponare" gli effetti più macroscopici del fenomeno.

Tuttavia, quando ci sono equilibrio in≠teriore, armonia fra i coniugi e rispetto reci≠proco, si possono meglio affrontare tutti quei sacrifici che comporta l'assenza di una casalinga a tempo pieno. In compenso, ma≠rito e moglie possono instaurare un rapporto basato sul dialogo, sullo scambio fecondo di opinioni e sullo stare insieme, proprio per≠ché, essendocene più raramente la possibili≠tà, l'incontro diventa un momento desidera≠to e non monotono.



Inoltre questo modello di vita familiare ha rivalutato il padre, che non rappresenta più una figura emblematica e dogmatica a cui rivolgersi con timore. Egli si occupa dei figli allo stesso modo della madre, quindi li può conoscere più da vicino, può capirne le _sigenze ed i problemi, può offrire la sua _sperienza come aiuto. Improntando la loro _ducazione al dialogo, all'uguaglianza, alla valorizzazione di sentimenti più umani e ci≠vili, i genitori possono ottenere dai figli una maggiore riconoscenza.

 

 

IL DIRITTO ALLA SALUTE

[I diritto alla salute, un diritto dell'indivi≠luo, ma anche della società.

fipologia B: saggio breve \mbito: socio-economico

)ivisione in paragrafi:

l) Il servizio sanitario nazionale !) Il Welfare State

,) Ambiente e prevenzione

_) Il diritto alla salute negato

1) L'Organizzazione Mondiale della ;anità (OMS) definisce la salute "uno stato li benessere fisico, mentale e sociale e rap≠!resenta uno dei diritti fondamentali di ogni _ssere umano". Tra i diritti umani bisogna .}uindi annoverare anche la tutela della salu≠te, che la nostra Costituzione repubblicana garantisce, considerandola come un interes≠;e della collettività.

In Italia è operante un Servizio sanita≠'io nazionale, istituito dallo Stato, che offre lssistenza sanitaria a tutti, completamente gratuita ad anziani ed indigenti, in parte in≠:egrata da modesti tickets per gli altri citta≠lini. Ma non mancano le polemiche sull' ef≠ficacia di questo sistema che più volte è bal≠zato all'attenzione delle cronache televisive e di stampa per disfunzioni, inadempienze, carenze di personale e di attrezzature, casi di corruzione, elevati compensi per le pre≠stazioni sanitarie, tanto che si parla comune≠mente di "malasanità" nel nostro Paese. Purtroppo bisogna ammettere- che, proprio negli anni in cui la ricerca medica, grazie anclÌe all' ausilio delle biotecnologie, ha



compiuto grandi passi in avanti nella pre≠venzione e cura di tante malattie, il sistema sanitario italiano sconta ancora un certo ri≠tardo rispetto agli altri Paesi più sviluppati dell 'Europa e del mondo.

2) Bisogna ricordare che, nel corso del secolo scorso, il servizio sanitario pubblico è diventato, un po' in tutti gli Stati demo≠cratici, parte integrante del più generale Welfare State, cioè lo Stato sociale, che ga≠rantisce ai cittadini servizi essenziali e assi≠stenza. Ecco, pertanto, che nei diritti socia≠li è stato introdotto il diritto alla salute, di cui, come detto, si è fatto garantelo Stato democratico. Nel nostro Paese, però, alcu≠ne forze politiche, di recente, hanno propo≠sto di smantellare il sistema sanitario na≠zionale, affidandone la competenza alle singole Regioni: in questo modo, ad esem≠pio, un cittadino della Lombardia o del≠l'Emilia potrebbe essere assistito diversa≠mente da un abitante della Calabria o della Sardegna, affetto dalla stessa malattia. È evidente che tutto ciò contraddirebbe il principio di uguaglianza sancito dalla no≠stra Costituzione nell' esercizio dei diritti da parte dei cittadini.

3) La tutela della salute passa anche at≠traverso la prevenzione delle malattie e il rapporto tra salute e ambiente. In riferimen≠to a quest'ultimo punto, la coscienza am≠bientalista maturata negli ultimi anni ha ori≠ginato un nuovo diritto, quello di vivere in un ambiente sano, a "misura d'uomo", ridu≠cendo al minimo l'impatto dei fattori inqui≠nanti. L'aria che respiriamo, sempre più in≠trisa di smog, l'inquinamento acustico a cui siamo sottoposti, lo stress che ci assale du≠rante le ore di lavoro o quelle trascorse in auto imbottigliati nel traffico cittadino, il dover risiedere in case talvolta non in linea con gli standards d'igiene, possono alterare l'equilibrio psico-fisico dell'individuo. Tal≠volta si commette l'errore di trascurare il proprio corpo, conducendo una vita pigra e sedentaria, facendo poco sport e movimen≠to, abusando di cibo, tabacco e alcol, per poi dover ricorrere alle cure mediche quando insorgono malanni e dolori vari. Un am≠biente di vita non sano e un'esistenza quoti≠diana sregolata possono quindi arrecare gra≠vi danni alla salute indipendentemente dal≠l'efficacia del sistema sanitario.

4) Ma dove il diritto alla salute viene purtroppo sistematicamente ed evidente≠mente negato è nei Paesi del Terzo Mondo, dove la miseria, l'arretratezza tecnologica e la carenza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie favoriscono la diffusione di malattie ed epidemie tra le popolazioni. Il dramma dell' Aids in tante aree del continen≠te africano è sotto gli occhi di tutti: milioni di adulti e bambini ne sono colpiti. A rendere ancora più complicata la situazione sono gli interminabili conflitti interetnici, spesso "di≠menticati" dai mezzi di comunicazione di massa. Proprio queste guerre rendono tutto più complicato, facilitando il contagio e di≠struggendo l'economia già gracile e le infra≠strutture già fragili di tanti Paesi poveri. Ma il diritto alla salute, nelle aree della povertà, è soprattutto negato per il crescente divario economico rispetto ai Paesi industrializzati del Nord ricco del mondo. È un "gap" che cresce a dismisura, alimentato dalla sviluppo delle nuove tecnologie, violando princìpi fondamentali come la libertà, l'uguaglianza, l'equità, la giustizia, la vita stessa.

 

 

IL LAVORO MINORILE

Un'autentica e perdurante piaga sociale è lo sfruttamento del lavoro dei minori, co≠stretti addirittura ad odiose forme di schiavitù in alcuni Paesi del Terzo Mondo.

Tipologia B: saggio breve Ambito: socio-economico

Divisione in paragrafi:

I) l dati dell' ONU rivelano che 250 milioni di bambini sono costretti a lavorare in Paesi del Terzo Mondo

2) Il lavoro minorile in alcuni Paesi indu≠

strializzati

3) l provvedimenti da adottare

l) Siamo ormai in pieno ventunesimo secolo, eppure una piaga sociale gravissima continua ad esistere, sempre più preoccu≠pante: è l'intollerabile sfruttamento di mi≠lioni di bambÌ!li, soprattutto nei Paesi poveri del Terzo Mondo, ma anche in alcune aree del ricco e industrializzato Occidente.

I continui allarmi, lanciati dall'ONU e in particolare dall 'Ufficio Internazionale del Lavoro (I.L.O.) di Ginevra, rivelano una situazione sconcertante: oggi sono ben 250 milioni i bambini tra i 5 e i 14 armi costretti a lavorare nel mondo, ma, quel che è più grave, la cifra tende ad aumentare. Purtrop≠po, come detto, la piaga del lavoro minorile non è circoscritta ai Paesi più poveri di Asia, Africa e America Latina, dove, per :juanto inaccettabile, appare legata alle dif≠ficoltà di sopravvivenza di larghi strati di :juelle popolazioni piegate dalla miseria e dal sottosviluppo. È noto infatti come il la voro minorile sia esercitato in forma clan≠iestina anche in molti Paesi industrializzati, fra cui l'Italia. Insomma, l'onta dello sfrut≠tamento del lavoro minorile continua in :J.uesto XXI secolo a pesare sulla coscienza iell'opinione pubblica.

È risaputo che il lavoro minorile è uno iegli aspetti più sconcertanti della povertà e ;he molti anni di sforzi e di programmazio≠le dello sviluppo economico saranno neces≠;ari per sanare completamente questa piaga. _el frattempo perdurano alcune forme di la≠voro minorile che sono intollerabili da qua≠lunque punto di vista le si consideri: autenti≠;he forme di schiavitù che devono essere in≠iividuate, denunciate e sradicate senza ulte≠iore indugio.

Si tratta di decine di milioni di baby≠nanovali: piccoli braccianti, bambine che liutano nei lavori domestici, fmanche ra≠_azzini costretti a imbracciare un'arma e a 'are anzitempo il mestiere del soldato, per 10n parlare dei tanti minori che sono obbli≠_ati a prostituirsi. Di tutti questi bambini, al≠;uni milioni sarebbero quelli ridotti in ;chiavitù: per la maggior parte lavorano in o\sia, dove si calcola che i lavoratori bambi≠ni siano oltre 150 milioni, mentre in Africa ;arebbero circa 80 milioni e oltre 17 milioni luelli in America Latina.

Davvero raccapricciante è il caso di luei bambini, purtroppo tantissÌn1i, il cui la≠voro viene svolto in stato di schiavitù, senza la benché minima retribuzione: soprattutto n Africa è in uso prestare o offrire uno dei Jiccoli della famiglia, quasi sempre povera _ numerosa, per estinguere un debito, per ingraziare di un favore, per tenere fede a un Jbbligo sociale o religioso. Numerosi ed indegni sono pure i casi di vendita vera e propria. Il bambino diventa cosÌ proprietà del padrone che ne dispone a suo piacimento, molto spesso in forma ille≠gale, sia per il tipo di lavoro da svolgere sia per i modi in cui viene svolto.

Tristemente nota è poi la diffusione della prostituzione minorile, soprattutto nei Paesi dell' Asia sud-orientale.

Lavori particolarmente diffusi tra i mi≠nori sono il "mestiere" del soldato, soprat≠tutto in Africa, quello del minatore in Ame≠rica Latina, del bracciante e del muratore un po' dappertutto.

2) Purtroppo, come detto, questa piaga non risparmia nemmeno l'opulento Occi≠dente, dove tanti bambini al di sotto dei 13≠14 anni sono impiegati in lavori, sÌ, meno umilianti e massacranti che nel Terzo Mon≠do, ma sono pur sempre sfruttati.

In Italia, recenti stime sindacali hanno calcolato in circa 350mila i bambini lavora≠tori. È una piaga che, nel nostro Paese, so≠pravvive in alcune aree di degrado sociale, specialmente del Mezzogiorno, e purtroppo anche, sia pure in misura minore, nell'opu≠lenta Lombardia. Purtroppo il fenomeno èstrettamente connesso all'evasione dell'ob≠bligo scolastico, per cui la violenza che vie≠ne arrecata al minore è duplice: alla violen≠za dello sfruttamento si aggiunge infatti quella non meno deprecabile, e tale da la≠sciare un segno duraturo sul ragazzo, della mancata formazione.

3) Molto più complesso è invece il pro≠blema del lavoro minorile nei Paesi del Ter≠zo Mondo: il triste fenomeno è anche una conseguenza della liberalizzazione del com≠mercio mondiale, che induce molti Paesi

poveri ad abbassare i prezzi dei loro manu≠fatti, ricorrendo a manodopera pagata poco o quasi niente nel tentativo di essere più competitivi.

Ecco allora che, per rimuovere questa situazione che vede bambini costretti a lavo≠rare in condizioni disumane, è necessario pervenire a sistemi di coordinamento inter≠nazionale, capaci di snidare, dovunque sia≠no, queste pratiche aberranti di sfruttamento.

Certo, risulta difficile far emergere si≠tuazioni vergognose e colpime i responsabi≠li: talvolta i bambini vengono venduti a sal≠do di debiti che le loro famiglie non possono pagare. Di questi piccoli addirittura spesso si perdono le tracce, costretti come sono a lavorare a tempo pieno e, in tanti casi, per impedirne la fuga, addirittura legati al posto di lavoro con una catena.

Le organizzazioni dell'ONU, in parti≠colar modo il già ricordato Ufficio Interna≠zionale del Lavoro di Ginevra, propongono a tutti i Governi, in sede di accordo interna≠zionale, parallelamente alle intese sulla libe≠ralizzazione del commercio mondiale, i co≠siddetti "Iabour-standards", consistenti nel definire delle regole minime, da osservare in tutti i Paesi, per quanto riguarda l'elimi≠nazione del lavoro minorile.

Propongono altresì la libertà di associa≠zione sindacale proprio lì dove l'assenza di sindacati permette abusi di ogni sorta e non solo sui minori, il diritto di negoziare condi≠zioni minime di lavoro e l'eliminazione dei lavori forzati per i carcerati.

Alcune organizzazioni umanitarie del nostro Paese e anche i sindacati dei lavora≠tori suggeriscono di adottare validi strumen≠ti che possano scoraggiare anche quelle im≠ prese, il più delle volte non piccole, che, fuori dai confini nazionali, se ne infischiano delle norme contro lo sfruttamento dei mi≠nori e violano tutte le convenzioni interna≠zionali che prevedono la loro tutela.

È necessario quindi che, d'accordo con i governi degli altri Paesi dell'Unione Euro≠pea e, perché no, anche degli altri Paesi in≠dustrializzati dell'Occidente, si chiedano dei marchi di garanzia alle merci provenien≠ti dai Paesi del Terzo Mondo, quasi sempre da stabilimenti di proprietà di grandi società multinazionali, che attestano che quelle merci sono state prodotte nel rispetto delle convenzioni internazionali e senza ricorrere al lavoro di minori.

È un impegno di civiltà quello di stare sul fronte della difesa dei minori da ogni sfruttamento, che deve, però, tradursi in im≠pegni e iniziative concrete, non in qualcosa di formale che si limiti a lamentele o pubbli≠che denunce.

In tal modo sarà possibile non solo sa≠nare la piaga del lavoro minorile, ma anche ripristinare condizioni di parità nella com≠petizione economica, in un'epoca di "globa≠lizzazione" dei mercati e di liberalizzazione del lavoro.

 

 

I SENTIMENTI E LE EMOZIONI

L'emotività è parte integrante della psi≠che, ma la società ipertecnologica in cui viviamo sembra lasciare sempre meno spazio ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

Che cosa sono i sentimenti e le emozio≠ni? La psicologia ci dice che sono esperien≠ze soggettive d'intensità rilevante, sovente accompagnate da modificazioni comporta≠mentali ed espressive dell'organismo. Esse costituiscono una dimensione ricca, com≠plessa, variegata, in cui la più profonda sog≠gettività viene a congiungersi con la sfera oggettiva, originando una serie di reazioni diverse per intensità e natura: ad esempio, uno stesso individuo può, a seconda della si≠tuazione e/o degli interlocutori, piangere o ridere, annoiarsi o divertirsi, commuoversi o irritarsi, provare rabbia e tensione aggres≠siva oppure affetto e tenerezza. Esistono quindi delle emozioni "piacevoli" (la gioia, la soddisfazione) e "spiacevoli" (la paura, la collera), così come vi sono delle emozioni "positive", che si possono manifestare in sentimenti come l'amore, l'amicizia, la soli≠darietà, i legami sociali, e "negative", che si possono esprimere mediante l'aggressività, la violenza, l'odio, l'invidia, l'egoismo.

Alla base dei sentimenti e delle emo≠zioni non c'è nulla di razionale, di preordi≠nato, di premeditato, poiché essi si manife≠stano spontaneamente e "senza avvertire": non siamo in grado di programmare, di de≠cidere quando e se emozionarci, di prevede≠ re o intuire il momento in cui accadrà, né d'individuare a priori gli stimoli esterni che susciteranno tali reazioni in noi.

Insomma, ogni sentimento è unico, così come ogni emozione. Certo, esistono dei parametri che possono aiutare una per≠sona a conoscersi emotivamente, a sapere quali sono i suoi punti deboli, a percepire in anticipo le cause scatenanti un'emozione. Ad esempio, se abbiamo vicino una persona nei confronti della quale proviamo senti≠menti d'amore e che da tanto tempo attende≠vamo, possiamo ragionevolmente aspettarci una sequenza di stati emotivi che variano dall' allegria alla tenerezza, alla commozio≠ne. Ma non di rado la reazione emotiva puòessere assolutamente diversa da quella pre≠vista o immaginata: è quella che gli psicolo≠gi chiamano "reazione di sorpresa", indotta da una stimolazione inattesa.

Nell'attuale società c'è ancora posto per i sentimenti e per le emozioni? Forse an≠cora sì, ma facendo un grande sforzo per proteggere una spontaneità dell'animo uma≠no continuamente insidiata da un modello di società ipertecnologizzata e apparentemente razionale che, in questo ventunesimo seco≠lo, sembra estendere il controllo su ogni aspetto della nostra vita, nella quale quasi tutto viene ormai rigorosamente program≠mato e calcolato nei costi e nei vantaggi.

L'emotività oggi può manifestarsi libe≠ramente? I valori, i modelli, i punti di riferi≠mento che la stessa società offre, ci fanno orientare verso una riposta negativa, in rife≠rimento non solo ai surrogati emotivi indotti, ad esempio, da uno spettacolo.cinematogra≠fico e televisivo (tanto che ci vogliono effetti sempre più speciali, magari scene di violen≠za per scuotere la nostra indolenza psichica e smuoverci dalla nostra assuefazione), ma anche e soprattutto alle reazioni che possono nascere dall'incontro con gli altri. In un mondo in cui la virtualità tende sempre più a sostituirsi alla realtà, tanto da ridurre anche le occasioni di socialità, l' emotività sembra davvero essere chiusa in una gabbia dai mass-media, che ci tolgono il piacere della scoperta, con la loro pretesa di dirci tutto e in tempo reale, e dai beni di non primaria ne≠cessità, che ci circondano e che sembrano privarci di ogni fatica e quindi anche del gu≠sto della riuscita in ciò che facciamo.

L'uomo contemporaneo, animato dalla smania, quasi dall' ossessione del successo, del profitto, del consumismo, è portato sem≠pre più a nascondere, inibire, mascherare i propri sentimenti, sfiorando !'indifferenza emotiva. I momenti e le situazioni della vita quotidiana scorrono davanti agli occhi come le immagini di un film trasmesso in televi≠sione e tutto diventa ovvio, scontato, banale, artefatto, noioso. La spettacolarizzazione della realtà, indotta dai mezzi di comunica≠zione di massa, ha investito anche la sfera dell'emotività, depotenziandola con la vi≠sione passiva di scene anche di violenza e di dolore. Ma così, svuotando i sentimenti e depotenziando le emozioni, si corre il ri≠schio di accumulare nel fondo della psiche tensioni aggressive che possono manifestar≠si all'improvviso e non sempre in modo co≠struttivo: è l'allarme che lanciano da tempo gli psicologi e gli opinionisti più attenti.

I comportamenti aggressivi e violenti, di cui si rendono responsabili alcuni adole≠scenti, possono essere associati ad un vuoto affettivo e ad una privazione emotiva che si manifestano fin dalla fanciullezza e che né la famiglia né la scuola riescono a colmare. Tra i compiti dei genitori c'è anche quello di far capire al bambino che non può scaricare a piacimento le sue tensioni aggressive, ad esempio rompendo oggetti e giocattoli, ma deve incanalarle in correnti emozionali che si possono, con il trascorrere degli anni, ri≠conoscere e controllare.

È il primo passo verso un'educazione emotiva che deve proseguire a scuola, con maestri e professori che devono favorire ne≠gli alunni la consapevolezza dei propri sen≠timenti ed emozioni. Ed invece tanti bambi≠ni e ragazzi non ricevono questi fondamen≠tali supporti familiari e scolastici: così il ruolo di genitori ed insegnanti viene sovente surrogato dalla televisione e da Internet, con il rischio d'indurre assuefazioni emotive in tante ore trascorse davanti allo scherrnodel televisore ed al monitor del computer.

Se l'uomo vuole continuare a provare affetti e ad emozionarsi nella sfera privata e in quella sociale, in famiglia e con gli amici, così come al teatro, al cinema ed allo stadio, deve spostare la sua attenzione dall'indivi≠dualismo all'altruismo, dalla razionalità alla sfera dei sentimenti, dal "corpo" materiale all' "anima", allo spirito.

Non esiste vergogna né imbarazzo nel provare emozione per un bambino che na≠sce, per un anziano che sorride, per un am≠malato che guarisce, per una persona cara che è lontana, per la scena di un film che commuove, per un goal della squadra di cal≠cio per cui si fa il tifo. L'intelligenza e la ra≠gione niente possono se non sono alimenta≠te dal cuore.

 

L'AMICIZIA

Quali sono i caratteri dell'amicizia? Que≠sta è ancora possibile oggi, nella societàdell'individualismo e delle tecnologie in≠formatiche?

Tipologia B: saggio breve Ambito: sociale

Divisione in paragrafi:

1) Come nasce un' amicizia

2) Che cosa è un' amicizia vera 3) L'amicizia come va/ore

4) L'amicizia nell' era di Internet

1) Ogni individuo conduce la propria vita all'interno di una serie d'interazioni so≠ciali. Sono numerose le persone che, quoti≠dianamente, ciascuno di noi ha modo di co≠noscere e con le quali comunica, dialoga, la≠vora, studia, trascorre momenti di svago e divertimento. Ma quante sono le probabilità che, da questo fitto scambio di relazioni, na≠scano dei rapporti d'amicizia? Non certo molte, poiché alla base di un'amicizia vi sono delle condizioni che non si verificano abitualmente: la lunga frequentazione, la condivisione di passioni, interessi ed espe≠rienze professionali, la sincerità, la fiducia, !'intesa, la complicità, il desiderio di confi≠darsi e di aiutarsi reciprocamente.

Certamente esistono particolari circo≠stanze che favoriscono l'instaurarsi di un rapporto d'amicizia: ad esempio, abitare nello stesso quartiere, appartenere alla me≠desima scolaresca, svolgere insieme il ser≠vizio militare, stare nello stesso gruppo di lavoro. Ma non per questo si diventa amicidi tutti i compagni di scuola o di tutti i colle≠ghi di lavoro, ed inoltre non è detto che due persone restino amiche anche dopo che le loro strade si sono divise.

2) Ma che cosa distingue un'amicizia vera? È il caso di precisare che questa non deve presupporre alcun tornaconto persona≠le o secondo scopo, alcun calcolo o ragiona≠mento di comodo: nella scelta degli amici non vi è niente di razionale e di premeditato; ad agire in un rapporto amichevole sono emozioni, sensazioni e qualità umane che non hano nulla di costruito o artefatto.

Si dice comunemente che i veri amici si vedono nei momenti di difficoltà. Infatti, quando un rapporto d'amicizia è ben conso≠lidato, si trova sempre il tempo, anche nel caso in cui la distanza, gli impegni familiari e lavorativi non permettano una frequenta≠zione quotidiana, di ascoltare le confidenze dell'altro, di aiutarlo a superare una situa≠zione complicata, per confortarlo in mo≠menti di particolare tristezza.

Si dice anche che "chi trova un amico, trova un tesoro", ad indicare non solo l'ar≠ricchimento interiore che può fornire una sincera amicizia, ma anche quanto essa sia rara, quindi preziosa. Tuttavia si dice anche che "dagli amici mi guardi Dio, dai nemici mi guardo io", cioè meglio un nemico di≠chiarato che un falso amico: fa male scopri≠re che una persona considerata amica è, in≠vece, un profittatore, uno che pensa solo ai suoi interessi.

3) L'amicizia, oltre ad essere un rap≠porto affettivo che si può stringere tra due o più persone, è anche un valore fondamenta≠le nella società attuale nella quale, troppe volte purtroppo, l'individualismo, l'egoismo, l'arroganza, la discriminazione pren≠dono il sopravvento sulla solidarietà e sui buoni sentimenti.

I "miti" del denaro e dell'arrivismo fanno sovente dimenticare il rispetto per le altre persone: così, pur di accumulare soldi, pur di fare carriera a tutti i costi, si tende a scavalcare, prevaricare, sfruttare gli altri.

Il conseguimento degli interessi perso≠nali fa diventare l'uomo cinico e presuntuo≠so, gli fa dimenticare di essere parte di una collettività che dovrebbe avere come obiet≠tivo il bene comune, il miglioramento delle condizioni di vita di tutti.

4) Lo sviluppo delle tecnologie infor≠matiche, in particolare l'avvento di Internet, ha introdotto una nuova modalità di relazio≠ne: l'amicizia virtuale. Attraverso le chat presenti all'interno della Rete si può comu≠nicare con tante altre persone, anche resi≠denti in altre città o Paesi. È un' opportunitànuova di relazionarsi, anche se trascorrere molte ore davanti al monitor di un computer toglie tempo alle relazioni interpersonali fondate sulla vicinanza fisica. Ma Internet può essere utile a creare le premesse per un'amicizia che andrebbe poi consolidata mediante la frequentazione diretta: non è meglio guardare negli occhi la persona con cui si sta parlando, anziché immaginarIa? Non è meglio andare insieme allo stadio, in discoteca, ad un concerto, a passeggiare per le vie del centro, anziché scambiarsi opinio≠ni sul calcio, la musica e le novità della moda digitando una tastiera?

 

FEDE E RAGIONE

Ha ancora senso l'antico conflitto oppu≠re, soprattutto dopo i recenti successi del≠la genetica e delle altre scienze, il rappor≠to tra fede e ragione deve essere ripensato in una nuova prospettiva?

Tipologia D: tema di ordine generale

 

La discussione sul rapporto tra fede e ragione ha animato filosofi, teologi e uomi≠ni di scienza di ogni epoca. Fu addirittura Aristotele, nel lontano IV secolo avanti Cri≠sto, a postulare una relazione tra la "filoso≠fia prima", cioè la metafisica, e la teologia, cioè la conoscenza delle cose divine.

Nel Medio Evo cristiano, san Tommaso d'Aquino, il più autorevole rappresentante della Scolastica, proclamato "dottore della Chiesa", considerò la filosofia, cioè il pro≠cedere per mezzo della ragione, e la teologia due differenti vie d'accesso all'unica verità, quella rivelata da Dio.

Nell'età della Controriforma, con la Chiesa di Roma che reagiva duramente alla Riforma protestante, Galilei giunse a dimo≠strare una struttura dell 'universo, in accordo con la "rivoluzione copernicana", che la mente umana poteva comprendere solo me≠diante la ragione. Per questo, lo scienziato pisano dovette subire la severa condanna del Sant'Uffizio che nella "rivoluzione astronomica" vedeva un attentato alle verità rivelate dalle Sacre Scritture.

Nel XVIII secolo, l'Illuminismo, il mo≠vimento culturale che si diffuse in tutta l'Europa ed esaltava la ragione, sottopose l'intero scibile umano al vaglio critico di

questa, l'unica in grado di garantire progres≠so e conoscenza agli uomini: decisa fu la contrapposizione degli illuministi al princi≠pio d'autorità affermato dalla Chiesa, che subordinava ogni sapere al Verbo di Dio.


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