Ãëàâíàÿ Îáðàòíàÿ ñâÿçü

Äèñöèïëèíû:

Àðõèòåêòóðà (936)
Áèîëîãèÿ (6393)
Ãåîãðàôèÿ (744)
Èñòîðèÿ (25)
Êîìïüþòåðû (1497)
Êóëèíàðèÿ (2184)
Êóëüòóðà (3938)
Ëèòåðàòóðà (5778)
Ìàòåìàòèêà (5918)
Ìåäèöèíà (9278)
Ìåõàíèêà (2776)
Îáðàçîâàíèå (13883)
Ïîëèòèêà (26404)
Ïðàâîâåäåíèå (321)
Ïñèõîëîãèÿ (56518)
Ðåëèãèÿ (1833)
Ñîöèîëîãèÿ (23400)
Ñïîðò (2350)
Ñòðîèòåëüñòâî (17942)
Òåõíîëîãèÿ (5741)
Òðàíñïîðò (14634)
Ôèçèêà (1043)
Ôèëîñîôèÿ (440)
Ôèíàíñû (17336)
Õèìèÿ (4931)
Ýêîëîãèÿ (6055)
Ýêîíîìèêà (9200)
Ýëåêòðîíèêà (7621)






Tipologia D: tema di ordine generale



Quando si parla di ambiente e di tutela degli equilibri naturali non si fa mai vuota retorica, ma si pone l'attenzione su un pro­blema di estrema importanza; quando si par­la dei rischi che possono conseguire a un uso del territorio che non tenga conto del­l'impatto ambientale, non si fa dell'inutile allarmismo. E infatti, dopo le catastrofi na­turali, ci si chiede sempre: sarebbe stato possibile evitare quello che è successo? Si è colpevoli di vittime e danni? Purtroppo gli interrogativi del dopo servono a ben poco se, passata l'emergenza, si ritorna a devasta­re il territorio, senza ricavare alcuna lezione dall'esperienza subita.

Bisogna convincersi che le catastrofi naturali, come terremoti, alluvioni, frane, maremoti, onde anomale, se sono inevitabi­li, tuttavia i loro effetti dannosi possono dal­l'uomo essere contenuti con una saggia ope­ra di prevenzione e con un uso del territorio razionale e rispettoso degli equilibri am­bientali.

Anche gli effetti terribili e devastanti dello tsunami, l'onda anomala che il 26 di­cembre del 2004 aggredì le coste di alcuni Paesi rivieraschi dell'Oceano Indiano per decine di migliaia di chilometri, pur nella sua inevitabilità, in quanto conseguenza di un maremoto di straordinaria violenza avrebbe potuto provocare danni di gran lun­ga inferiori se soltanto gli uomini fossero stati più accorti.

Lo tsunami, parola giapponese che si­gnifica "onda del porto", è frequente lungo molte coste dell'Oceano Indiano e del­l'Oceano Pacifico e, in misura molto piùcontenuta, anche lungo alcune coste del nostro Mar Mediterraneo. Si tratta di onde anomale che possono spostare masse d'ac­qua anche notevoli in conseguenza di un' alta marea, di un maremoto e perfino del passaggio al largo di una nave di gran­di dimensioni. Quello che il 26 dicembre del 2004 si abbatté lungo gran parte del­l'arco costiero dell' Oceano Indiano era uno tsunami alto più di dieci metri, attiva­to da un violentissimo terremoto, del nono grado della scala Richter, con epicentro nell' oceano, ad alcune centinaia di chilo­metri allargo dell'isola di Sumatra.

La massa d'acqua che si spostò in conseguenza del sussulto sismico raggiun­se le coste di Sumatra dopo circa un'ora e via via, dopo alcune ore; quelle della TIlai­landia, della Birmania, dello Sri Lanka e, infine, quelle della Somalia dall' altro Iato dell' oceano, in Africa.



Con i sofisticati sistemi tecnologici di cui disponiamo, di avvistamento e trasmis­sione dei dati attraverso le reti satellitari, sa­rebbe stato possibile avvertire per tempo le popolazioni interessate dall' evento catastro­fico, in modo da farle allontanare dalle co­ste, cioè dai luoghi maggiormente a rischio. Invece questo non è stato fatto, per l'assen­za di un sistema di protezione civile capace d'intervenire in tempo reale in occasioni del genere e la responsabilità è sia dei governi locali, che non provvedono ad attivare un si­stema di protezione civile, sia del mancato coordinamento nello scambio di informa­zioni a livello internazionale tra i governi di tutto il mondo.

Ma la colpa dell'uomo non si limita al­l'assenza di una rete protettiva capace di al­lertare in caso di emergenza le popolazioni: ancora più a monte c'è da constatare come in tanti dei Paesi devastati dallo tsunami sia da anni in atto una 'POlitica di sviluppo del­l'industria turistica che non tiene in alcun conto i rischi di impatto ambientale. Infatti si sono costruiti alberghi, residences, resorts e strutture di accoglienza, magari dotate di ogni comfort e tali da attirare l'interesse del­la facoltosa clientela occidentale, talvolta fi­nanche sul mare. In questo modo sono state distrutte foreste e palmizi che costituivano una naturale barriera lungo le coste.

Basta rifletterci: se la montagna d'ac­qua che si è abbattuta su tanti villaggi turi­stici e altri insediàmenti urbani, penetrando frn nelle strade, nelle case, nelle halls degli alberghi, spazzando via uomini e cose, si fosse infranta contro scogli e palmizi, molto probabilmente i danni, in vittime e in cose, sarebbero stati minori.



E invece i mass media hanno portato in ogni angolo del mondo le terribili immagini di devastazione e di morte, con centinaia di migliaia di vittime e interi villaggi, turistici ma anche di pescatori e di povera gente, cancellati dalla furia delle acque.

Non è stato possibile nemmeno redige­re un calcolo certo delle persone che hanno perso la vita in quel tragico mattino dello tsunami, ma non si è lontani dal vero se si afferma che le vittime siano state intorno alle trecentomila, di cui oltre la metà nella sola isola di Sumatra, appartenente all'Indo­nesia.

Alcune migliaia di vittime sono turisti occidentali, anche italiani, che, andati in luoghi che la carta patinata dei depliants tu­ristici descriveva come di sogno, vi hanno invece trovato la morte. Le immagini crude­li di quel tenibile mattino sono ancora da­vanti ai nostri occhi, pur dopo tanto tempo. E ancora oggi le cronache giornalistiche ci parlano della difficoltà di un ritorno alla vita normale da parte di sopravvissuti che hanno perso tutto in quel tragico mattino: affetti, averi, speranza del futuro. Eppure quelle popolazioni così provate devono ritornare a nutrire speranza nel futuro e ricostruire i loro villaggi e la loro economia, ma puntan­do ad uno sviluppo, anche nel turismo, che sia compatibile con le caratteristiche del ter­ritorio.

Spesso dal male si può sviluppare il bene: dalla tragedia dello tsunami si è origi­nata una gigantesca gara di solidarietà in tutto il mondo che non solo è stata la prova di una generosità diffusa, in tutti i Paesi e in tutte le classesociali, ma che è anche la mi­glior prova che la speranza di costruire un futuro migliore regge ancora.

 

 

DEVOLUZIONE E FEDERALISMO

La "devolution" è compatibile con l'idea democratica di federalismo?

Tipologia D: tema di ordine generale

 

Nell'ambito delle riforme istituzionali del nostro Paese, al centro del dibattito poli­tico attuale c'è la proposta federali sta. Una legge di riforma in senso federali sta del Ti­tolo V della Costituzione era già stata ap­provata nella precedente legislatura e poi ra­tificata da un successivo referendum popo­lare "confermativo". Quella riforma ha di­stinto la potestà legislativa delle Regioni da quella dello Stato, aumentando le prerogati­ve delle prime e allargando notevolmente il campo della legislazione concorrente, cioè le materie in cui possono legiferare sia lo Stato sia le Regioni.

La Lega, che è parte dell'attuale gover­no di centrodestra, ha contrapposto, a quella riforma voluta dal governo dell'Ulivo, un'altra ancora più marcatamente federali­sta: la devolution. Il termine inglese è stato ripreso dalla riforma, proposta qualche anno fa dal governo britannico e approvata dal Parlamento di Londra, che ha "devoluto" alla Scozia alcune competenze legislative.

Il progetto di devoluzione, che l'attuale governo di centro-destra ha fatto proprio, prevede di affidare alle Regioni una compe­tenza esclusiva in materia di sanità, istruzio­ne e polizia locale. Molte sono le perplessitàsollevate da quest'iniziativa legislativa che affiderebbe alle Regioni il diritto di legifera­re in modo esclusivo su materie così impor­tanti e delicate. Pensiamo, ad esempio, al­ l'istruzione: si correrebbe il rischio di pro­muovere venti sistemi scolastici differenti, quante sono le Regioni in Italia, con pro­grammi, titoli di studio e percorsi scolastici diversi da Regione a Regione, magari privi­legiando Manzoni e Fogazzaro in Lombardia e Verga e Tomasi di Lampedusa in Sicilia.Pensiamo anche all'impossibilità, per lo Stato, d'intervenire in materia di sanità, dato che la proposta di legge sulla devolu­zione prevede la competenza "esclusiva" delle Regioni. A queste ultime, pertanto, verrebbe lasciata la gestione di un servizio pubblico di grande importanza, con il ri­schio di suddividere l'attuale sistema sanita­rio nazionale in tanti servizi regionali i qua­li, a seconda delle disponibilità finanziarie di ogni amministrazione locale, potrebbero diversamente garantire ai cittadini italiani il diritto alla salute. In pratica, un cittadino ita­liano residente a Milano potrebbe fruire di servizi sanitari più efficienti e più ampi ri­spetto ad un cittadino italiano residente in Basilicata o in Calabria. Il fondamentale di­ritto alla salute, sancito dalla Costituzione, verrebbe cosÌ esercitato diversamente dai cittadini della Repubblica.

Anche per quanto riguarda la polizia, la diversa disponibilità finanziaria delle Re­gioni potrebbe provocare ripercussioni mol­to gravi, magari con una pubblica sicurezza più efficiente in alcune Regioni e meno in altre, con il prevedibile rischio di trovare tra queste ultime quelle più infestate dalla cri­minalità organizzata, notoriamente presente soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno.

L'iter che la legge di devoluzione dovrà seguire per essere promulgata è molto lungo poiché, come per tutte le leggi di riforma ço­stituziona1e, è prevista la doppia approva­zione di ciascun ramo del Parlamento a di­stanza di tre mesi l'una dall'altra, quindi la necessità di un referendum popolare "con­fermativo" nel caso le ratifiche parlamentari avvengano a maggioranza semplice e non con quella speciale dei due terzi come pre­vede il dettato costituzionale.

Il dibattito sulle riforme istituzionali è molto importante ed il federalismo può rap­presentare anche un salto di qualità della de­mocrazia nel nostro Paese, nella misura in cui concede alle istituzioni locali maggiori possibilità di gestione delle risorse. Ma que­sto non deve avvenire a discapito dell'unitànazionale e soprattutto non deve creare di­scriminazioni fra le Regioni più e meno ric­che della Penisola.

Bisogna ricordare che furono federali­sti alcuni grandi spiriti democratici del pas­sato, a cominciare da Carlo Cattaneo il qua­le, durante il Risorgimento, rappresentòl'opzione federalista repubblicana nella cau­sa nazionale.

La battaglia per il federalismo deve quindi essere combattuta all'interno di una maggiore democratizzazione dello Stato e della vita politica italiana, nel senso di dare una più larga autonomia decisionale alle istituzioni locali, ma sempre nel manteni­mento dell 'unità nazionale e nella prospetti­va di una maggiore integrazione europea. Qualsiasi ipotesi federalista che, invece, vo­lesse favorire la fruizione separata delle ri­sorse da parte delle Regioni più ricche ed economicamente sviluppate, andrebbe nella direzione opposta e sarebbe soltanto frutto di un egoismo localistico e, in ultima anali­si, antidemocratico.

 

 

LE RIFORME ISTITUZIONALI

L'attuale dibattito sulle riforme istituzio­nali in Italia: repubblica parlamentare o presidenziale? Semipresidenzialismo, premierato, cancellierato.'

Tipologia B: saggio breve Ambito: politico-giuridico

Divisione in paragrafi:

1) L'Italia è attualmente una repubblica

parlamentare

2) I modelli presidenziale e semipresiden­

ziale 3) Il premierato e il cancellierato 4) Com_ si può modificare la Costituzione

1) L'Italia, secondo la Costituzione, è una Repubblica parlamentare, in quanto al centro della vita politica è il Parlamento che, eletto dai cittadini, decide l'indirizzo politico generale dando la fiducia al gover­no. Anche il Presidente della Repubblica e Capo dello Stato è eletto dal Parlamento a Camere riunite con l'aggiunta di una rap­presentanza delle Regioni.

Questa centralità del Parlamento viene messa in discussione dalle varie proposte di riforma istituzionale che puntano a rafforza­re l'Esecutivo anche per dare al Paese una maggiore stabilità di governo.

Alcune di queste proposte s'ispirano anche a modelli vigenti in alcuni ordina­menti istituzionali stranieri, in particolare per quanto concerne la repubblica presiden­ziale, il semipresidenzialismo, il premierato e il cancellierato.

2) Nella repubblica presidenziale, come lo sono gli Stati Uniti, il Presidente è, nel contempo, capo del governo e capo del­lo Stato. Eletto dai cittadini, nei quattro anni del suo mandato esercita un ampio potere: nomina i suoi ministri, che solo a lui rispon­dono, e determina !'indirizzo politico gene­rale, non dipendendo dalla fiducia del Parla­mento.

In realtà, pochi in Italia vorrebbero che la nostra Repubblica parlamentare diventas­se una repubblica presidenziale, tanto che si preferisce parlare piuttosto di semipresiden­zialismo. È il modello adottato dalla Francia e si chiama così perché il potere esecutivo è diviso tra il Presidente della Repubblica, eletto direttamente dai cittadini, e il Primo Ministro, che è nominato dal capo dello Sta­to, ma deve ottenere la fiducia del Parla­mento.

3) Nel "premierato", il modello istitu­zionale seguito dalla Gran Bretagna, diven­ta premier, cioè capo del governo, il leader della coalizione che ottiene la maggioranza dei seggi in Parlamento. A lui spetta il com­pito di formare il governo e di nominare i ministri, mentre il Capo dello Stato si limita a garantire i poteri istituzionali, non avendo alcuna voce nell' indirizzo politico di gover­no. Proprio questo sembra essere il limite di tale sistema che finisce per concedere al premier un potere quasi assoluto, inclusa la possibilità di sciogliere anticipatamente le Camere.

Nel "cancellierato", il modello di go­verno che è in vigore in Germania, il Can­celliere federale, cioè il capo del governo, èil leader della maggioranza che vince le ele­zioni e viene eletto dal Parlamento federale (Bundestag) su proposta del Capo dello Sta­to. Il Cancelliere esercita il potere esecuti­vo, propone al Capo dello Stato i ministri da nominare e può restare in carica anche se messo in minoranza, nel caso che la nuova maggioranza non sia in grado d'indicare un successore ("sfiducia costruttiva").

4) Non sembra esserci, almeno per il momento, identità di vedute tra le forze po­litiche italiane che stanno valutando la pos­sibilità di una riforma del modello istituzio­nale: la gran parte dello schieramento di centrodestra è orientata verso il semi- presi­denzialismo alla francese; nello schiera­mento di centrosinistra invece alcune forze politiche sono divise tra il "premierato" al­l'inglese e il "cancellierato" alla tedesca ed altre sono per mantenere la repubblica par­lamentare, pur con qualche correttivo.

Nell'attesa che il nostro ceto politico giunga ad una condivisione d'intenti, alme­no per quanto riguarda il modello istituzio­nale, perché è auspicabile che le regole ven­gano stabilite con il più ampio consenso possibile, bisogna ricordare quanto previsto dall'articolo 138 della Costituzione: tutte le leggi di revisione costituzionale devono es­sere approvate da ciascuna Camera con due tumazioni di voto a distanza di tre mesi l'una dall'altra ed ottenere, alla seconda vo­tazione, la maggioranza dei due terzi di cia­scuna Camera; in caso di approvazione a maggioranza semplice, devono essere sotto­poste a referendum popolare confermativo.

È fondamentale che la scelta del mo­dello istituzionale per il nostro Paese, qua­lunque essa sia, avvenga sempre nel rispetto della democrazia, della libertà e dei diritti politici e civili dei cittadini, come vuole la nostra Costituzione.

 

 

L'ONU, UN POSSIBILE GOVERNO DEL MONDO?

L'evoluzione degli equilibri internaziona­li richiede che si affrontino in modo nuo­vo i contrasti nel mondo e le violazioni dei diritti umani.

Tipologia B: articolo

Ambito: politica internazionale Destinazione: pubblicazione su periodico di attualità

Oggi, mentre si parla sempre più di "villaggio globale" per la rapidità dell'in­formazione e per la "globalizzazione" del­l'economia, resta ancora aperto il problema di garantire l'esercizio dei diritti umani e ci­vili a tutti gli uomini e in ogni parte della Terra. Questo perché in molti Stati i diritti umani e civili vengono violati sistematica­mente, nonostante solenni impegni vengano ripetutamente assunti in sede internazionale da tutti i governi. A questo proposito, dob­biamo ricordare che la Dichiarazione uni­versale dei diritti dell'uomo, votata dal­l'ONU il 10 dicembre 1948, costituì un pre­ciso impegno in favoredell 'uguaglianza di tutti gli uomini e del progresso civile e so­ciale dell'umanità.

Il problema è che bisogna andare oltre il puro e semplice riconoscimento teorico dei diritti dell'uomo, affinché questi venga­no attuati e protetti, e l'organismo sovrana­zionale deputato a far questo è proprio l'ONU (Organizzazione delle Nazioni Uni­te), il più importante organismo sovranazio­naIe, che ha la possibilità di rimuovere quei gravi ostacoli di carattere sociale, politico ed economico che, in ogni parte della Terra, possono impedire il rispetto dei diritti.

L'ONU si è più volte rivelata utile ren­dendo di dominio pubblico atti d'ingiustizia e di violazione dei diritti umani. Questo ha un notevole valore per gli Stati meno forti nei rapporti internazionali e serve a modera­re l'eventuale comportamento arrogante delle grandi Potenze.

L'ONU può rappresentare il luogo in cui ogni Stato, con pari dignità, può perora­re la propria causa: essa è una Conferenza permanente di Stati dove si può cercare, in ogni momento, di trovare la soluzione paci­fica di qualsiasi vertenza.

Per fare questo, però, si rende indispen­sabile una riforma degli organismi dirigenti dell'ONU stessa, che, a tanti osservatori, non appaiono più al passo con i tempi. La stessa istituzione, importantissima, del Con­siglio di Sicurezza, dove cinque Paesi, Stati Uniti, Cina, Gran Bretagna, Francia e Rus­sia (che ha ereditato il seggio dell'ex Unio­ne Sovietica), hanno il privilegio di essere membri permanenti con diritto di veto, co­stituisce una contraddizione con l'afferma­zione che gli Stati membri partecipano su un piede di perfetta parità all'Organizzazione stessa. Pertanto si rende necessario allarga­re, se non proprio riformare completamente, il Consiglio di Sicurezza, aprendolo alla partecipazione di molti altri Paesi, magari a rotazione, ed in ogni modo abolendo l'ana­cronistico privilegio del diritto di veto riser­vato alle cinque Potenze. Nessun Paese, per quanto potente, è autonomo, né può disprez­zare la collaborazione degli Stati più piccoli e deboli.

Si spera così che l'ONU possa rappre­sentare, in un futuro non lontano, un vero

proprio strumento di governo mondiale, ma, per fare questo, è necessario che una parte della sovranità dei singoli Stati sia rimessa all'organismo internazionale. Bisogna, più che mai, adeguare la funzione dell'ONU alla nuova situazione mondiale, caratteriz­zata dalla presenza ormai di una sola super­potenza, gli Stati Uniti d'America i quali, come la guerra in Iraq ha dimostrato, tendo­no ad agire nello scacchiere internazionale secondo criteri egemonici e scavalcando gli organismi sovranazionali dell'ONU.

Inoltre rimangono ancora aperti gravi problemi, come il terrorismo internazionale, la minaccia all'ambiente, la grande crimina­lità organizzata, lo sviluppo demografico senza controllo, la fame che attanaglia tante aree povere del Sud del modo, i grandi flussi migratori, il moltiplicarsi dei conflitti a base etnica e regionale. È necessario che l'ONU, affinché diventi un organismo di governo e di ricomposizione dei contrasti locali, abbia essa stessa gli strumenti che ne rendano fa­cile ed agevole l'intervento nelle situazioni di rischio, innanzi tutto contando su una di­sponibilità finanziaria non più precaria e sul pronto risanamento dei debiti che con essa hanno gli USA e altri Stati.

È altrettanto indispensabile che l'ONU possa contare su una struttura diplomatica agile e composita, del tutto indipendente da­gli Stati membri, e su un'analoga struttura militare, anch' essa stabile e indipendente dagli Stati che ne forniscono i contingenti, allo scopo di rendere del tutto autonomi sia l'azione diplomatica sia l'eventuale inter­vento militare risolutivo a sostegno della

 

I SOLDATI ITALIANI E LA PACE

Il rinnovamento delle nostre Forze Ar­mate al servizio della democrazia e della pace.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

Una conquista di civiltà, un segno del progresso civile, sociale e spirituale dei po­poli: questa è la pace. Caduto il regime fa­scista e finita la seconda guerra mondiale, una tragedia in cui il nostro Paese era stato scaraventato dalla dittatura mussoliniana, il popolo italiano si dimostrò consapevole del valore altissimo, potremmo dire assoluto, della pace, il bene più prezioso dell'uomo insieme alla libertà.

Di questo sentimento presente nella co­munità nazionale si fecero interpreti i Costi­tuenti che, nel redigere la Carta Costituzio­nale, s'ispirarono ai principi di libertà, di democrazia e, ovviamente, di pace.

L'Italia ripudia la guerra come stru­mento di offesa della libertà degli altri po­poli e come mezzo di risoluzione delle con­troversie internazionali, così recita solenne­mente l'art. Il della Costituzione, ma la no­stra Carta Costituzionale afferma anche che la difesa della patria è sacro dovere del citta­dino e che il servizio militare è obbligatorio nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge (art. 52). Inoltre viene inequivocabilmente affer­mato che l'ordinamento delle Forze Armate si uniforma allo spirito democratico della Repubblica.

Per comprendere il significato di que­st'ultima norma, occorre risalire alle origini dell'esercito italiano e ricordare che questo affondava le proprie radici nell'esercito pie­montese, ordinato secondo criteri autoritari e di dura disciplina e formato da ufficiali di carriera che erano prevalentemente di origi­ne aristocratica e comunque tutti legati alla monarchia e all' ambiente di corte.

Queste tradizioni si trasmisero anche all'esercito italiano sorto nel 1861 dall'uni­ficazione di quello sabaudo con gli eserciti degli altri Stati italiani.

Durante il fascismo rimase viva nel­l'esercito la fedeltà al re: la si dimostrò, su­bito dopo la caduta del regime mussolinia­no, con la formazione di un esercito di libe­razione che combatté accanto agli Anglo­americani nella campagna d'Italia contro i Tedeschi. Anche nell'immediato dopoguer­ra sono sopravvissute nelle Forze Armate repubblicane tradizioni autoritarie e antide­mocratiche ed a volte si è impartita alle re­clute un'educazione militare contraria ai va­lori scaturiti dalla guerra di Liberazione e dalla Resistenza.

Secondo lo spirito democratico che in­forma la Costituzione, le Forze Armate de­vono invece garantire il rispetto della perso­nalità del soldato ed impegnarsi a difendere la libertà, la pace e la sicurezza dello Stato. Inoltre esse sono al servizio della comunità, pronte ad accorrere in aiuto delle popolazio­ni colpite da calamità naturali come alluvio­ni o terremoti.

In questi ultimi anni vari ritardi sono stati colmati, inserendo i corpi militari nel processo di sviluppo sociale e civile del Pa­ese. Nell'ambito di questo ampio processo di rinnovamento delle nostre Forze Armate rientrano l'apertura delle carriere militari alle donne, nello spirito del principio della parità dei sessi, come sancito dalla Costitu­zione, ma anche l'abolizione della leva ob­bligatoria, sostituita con il servizio militare professionale, come già è in atto in vari Pae­si, ad esempio in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Un'iniziativa, questa, che tempo fa avrebbe suscitato proteste e accuse di "gol­pismo" strisciante, ma che oggi, vista la dif­fusa consapevolezza democratica nella so­cietà e nelle stesse Forze Armate, si rivela quanto mai opportuna per rendere queste ul­time più efficienti e competitive, si badi bene, non tanto per operazioni strettamente militari, quanto per gli interventi di pace che, sempre più frequentemente, si è co­stretti a fare nelle "aree calde" del Pianeta: ricordiamo la presenza in Iraq di un nostro contingente impegnato nel compito di resti­tuire quel martoriato Paese alla normalità.

Che le Forze Armate italiane siano im­pegnate, con quelle di altri Stati e con i "ca­schi blu" dell'ONU, in rischiose missioni di pace e anche nella lotta al terrorismo inter­nazionale, comprova l'alto livello profes­sionale raggiunto da alcuni nostri reparti e testimonia il ruolo di protagonismo che il nostro Paese svolge nel mondo in difesa del­la libertà e della pace

 

BIODIVERSITÀ ED EFFETTO SERRA

L'effetto serra pregiudica la biodiversità, quindi attenta alla possibilità di vita in futuro sul nostro Pianeta.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

L'effetto di maggior impatto ambienta­le che l'industrializzazione abbia prodotto èsenza dubbio il cosiddetto "effetto-serra", cioè la concentrazione negli strati bassi del­l'atmosfera di gas tossici, in particolare ani­dride carbonica, che hanno creato una sorta di gigantesca serra che impedisce al calore irradiato dal sole sul nostro pianeta di di­sperdersi. L'effetto-serra ed il conseguente progressivo surriscaldamento della superfi­cie della Terra possono determinare effetti devastanti sull'equilibrio ambientale: muta­zione dei cicli stagionali, innalzamento del livello del mare, crescente desertificazione della superficie terrestre, pericolosa contra­zione della biodiversità.

La biodiversità, cioè la complessa dif­ferenziazione delle specie e, alI 'interno di ogni specie, degli individui, costituisce il segreto della vita. È essa che consente una più ampia selezione degli individui e quindi la sopravvivenza delle stesse specie, ed è la vera ricchezza del nostro Pianeta, poiché rende possibile quella varietà che permette ad ogni specie di meglio reagire alle variabi­li esterne, garantendo così un equilibrio al­trimenti difficilmente sostenibile.

L'inquinamento ambientale e i gravi fenomeni della deforestazione e della deser­tificazione rischiano di condannare al­ l'estinzione tante specie animali e vegetali, queste ultime messe in pericolo anche dalle modificazioni genetiche che favoriscono la produzione su larga scala di poche varietà di colture, più facilmente commerciabili.

Da sempre le piante e gli animali hanno dovuto adattarsi ai mutamenti climatici, ma da quando queste alterazioni sono diventate più rapide e frequenti a causa dell'aumento dell'immissione di gas-serra nell'atmosfera, tante specie animali, di mammiferi come di uccelli, di insetti come di pesci, sono state costrette a cambiare anticipatamente il loro habitat, cioè a spostarsi in luoghi più conso­ni alla loro sopravvivenza.

Il WWF, l'associazione mondiale per la difesa della natura, ha lanciato l'allarme: centinaia di specie, dai gamberi d'acqua dolce a numerose varietà di farfalle e d'in­setti, dalle meduse ai ricci di mare, rischiano di scomparire nei prossimi anni. In pericolo sono anche molte specie di mammiferi e di uccelli. La salvaguardia della vita sul Piane­ta, dell' attuale flora e dell' attuale fauna, di­pende dall'efficacia delle politiche ecologi­che dei Paesi più industrializzati, che sono i maggiori responsabili dell 'inquinamento ambientale.

In primo luogo, occorre investire su fonti energetiche alternative al carbone, al petrolio, ai gas naturali e anche al nucleare, su fonti che siano rinnovabili e pulite. Le speranze sono riposte nell'energia ricavabi­le dall'idrogeno, un elemento inesauribile in natura. Oggi il costo di produzione di questo tipo di energia è molto alto, ma ricerche e sperimentazioni sono a buon punto.

In secondo luogo, bisogna evitare che l'uomo continui, con indifferenza e in modo indiscriminato, a piegare il territorio alle proprie esigenze, ad esempio distruggendo le foreste per fare posto alle aree coltivabili, ai pascoli e all'attività mineraria, costruen­do dighe, deviando e canalizzando fiumi, edificando comunque e dovunque.

Infine, ma non ultimo per importanza, è necessario ridurre drasticamente le emis­sioni di gas-serra secondo quanto previsto dal "protocollo" di Kyoto, sottoscritto du­rante la Conferenza sul clima, tenutasi nella città giapponese nel 1997, dai rappresentan­ti dei governi di numerosi Paesi e finalmen­te entrato in vigore nel febbraio 2005 dopo la ratifica della maggior parte degli Stati fir­matari, che s'impegnano a ridurre progressi­vamente, entro il 2012, la quantità di sostan­ze inquinanti immesse nell' atmosfera.

L'Unione Europea ha ribadito la volon­tà di onorare l'impegno, dando prova di un inatteso spirito unitario nell'affrontare la questione ambientale, a differenza degli Stati Uniti, che si ostinano a non voler ratifi­care il Protocollo e la cui politica economi­ca continua a privilegiare gli interessi di parte rispetto a quelli generali.

Solo attraverso un programma sovra­nazionale d'interventi, finalizzato a "dema­terializzare" il processo produttivo, cioè uti­lizzando una minore quantità di materiali ed energia nella produzione dei beni, ed a con­ciliare la tecnologia con l'ecologia, è possi­bile realizzare lo sviluppo sostenibile, cioèil miglioramento delle condizioni di vita complessive dell 'umanità nel rispetto degli equilibri ambientali che, come si sa, non co­noscono confini nazionali.

 

LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI

Dal diritto alla libertà ai diritti sociali, dal diritto alla pace a quello di vivere in un ambiente sano: la lotta per i diritti umani segna le tappe del progresso civile e sociale.

Tipologia B: articolo

Ambito: socio-politico-giuridico Destinazione: pubblicazione su giornale quotidiano

Ogni uomo ha il diritto di vivere in li­bertà e di esprimere le sue opinioni, il suo pensiero, la sua fede religiosa, la sua appar­tenenza politica; ha il diritto di migliorare, attraverso un lavoro sicuro ed equamente retribuito, le condizioni di vita proprie e del­la sua famiglia, potendo anche fruire dei ri­trovati della tecnologia. Ogni uomo, in quanto cittadino, dallo Stato, nei confronti del quale ha il dovere di pagare le imposte, ha il diritto di essere tutelato mediante l'as­sistenza previdenziale e quella sanitaria, nonché di essere difeso da qualsiasi fonna di violenza. Ha il diritto di non essere emar­ginato dalla società, magari solo perché ha la pelle di un altro colore, professa un'altra religione o ha contratto una malattia parti­colarmente contagiosa. Ha, infine, il diritto di vivere in un mondo senza guerre né disu­guaglianze economiche e sociali.

Questi ed altri diritti sono previsti dalla Costituzione italiana, che dedica molti articoli al riconoscimento delle libertà individuali (li­bertà di parola, di stampa, di fede religiosa, di riunione, di domicilio, di circolazione) e riba­disce l'uguaglianza di tutti gli uomini "davan­ ti alla legge", senza alcuna distinzione di ses­so, razza, lingua, religione ed opinioni politi­che (art. 3).

Il diritto al lavoro e gli altri diritti sociali vengono riconosciuti fin dal primo articolo della Carta Costituzionale, dove si afferma che "l'Italia è una repubblica fondata sul lavo­ro". Ampio rilievo viene dato anche al dovere dello Stato italiano di tutelare la salute dei cit­tadini mediante la prevenzione delle malattie e la salvaguardia dell'ambiente. Fondamenta­le è pure il diritto allo studio, che si può eser­citare tramite l'istruzione pubblica, ma anche quella privata purché senza oneri per lo Stato. Quest'ultimo, infine, deve garantire la sicu­rezza dei cittadini, combattendo le grandi or­ganizzazioni malavitose (mafia, camorra, 'ndrangheta), la criminalità quotidiana e il ter­rorismo, sia quello interno (come già avvenu­to negli "anni di piombo") sia quello interna­zionale.

Il riconoscimento e la difesa dei diritti umani sono necessità inderogabili che non appartengono alla sola società contempora­nea. Si può affermare infatti che gli uomini di ogni epoca hanno sentito l'esigenza di riven­dicare i propri diritti, dando la priorità ad al­cuni anziché ad altri in base al contesto stori­co. Ad esempio, è ovvio che nella Dichiara­zione dei diritti dell' uomo e del cittadino, sot­toscritta nel 1789 nel clima della Rivoluzione francese, oltre all'affermazione della libertà e dell'uguaglianza degli uomini, fosse sottoli­neato il diritto di tutti i cittadini a partecipare, personalmente o mediante rappresentanti, al­l'elaborazione delle leggi dello Stato. Ed è al­trettanto ovvio che, al tempo della guerra di secessione americana, il diritto più impellen­te fosse quello della libertà di tutti, da realiz­ zare mediante l'abolizione della schiavitù dei neri e nel rispetto di quella Dichiarazione d'indipendenza americana che, proclamata quasi un secolo prima, aveva accompagnato la nascita degli Stati Uniti d'America: un do­cumento che riconosce il diritto dell'uomo alla vita, alla libertà, all'uguaglianza e perfi­no alla ricerca della felicità. Così come non bisogna meravigliarsi se, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, il desiderio di pace del mondo intero fosse tra le principali aspi­razioni della Dichiarazione universale dei di­ritti dell' uomo, proclamata il lO dicembre 1948 dall' Assemblea generale delle Nazioni Unite ed alla quale ancora oggi si fa general­mente riferimento.

Purtroppo tante volte, nel corso della storia, i diritti umani sono stati violati, a co­minciare proprio da quello alla pace, messo in pericolo non solo dalle due guerre mon­diali, ma anche dai numerosi conflitti che si combattono ancora oggi: dall'Iraq ai tanti Paesi "dimenticati" dell' Africa e dell' Asia.

Numerosi altri diritti umani vengono quotidianamente calpestati: pensiamo ai tanti bambini di alcuni Paesi poveri del Ter­zo Mondo, costretti alla denutrizione o addi­rittura ridotti a lavorare in schiavitù dalle condizioni d'indigenza delle loro famiglie; alle persone, soprattutto giovani, extraco­munitari, ma anche minori che sono sfruttati nel lavoro anche nel nostro Paese; all'inqui­namento ambientale, che rischia di mettere a repentaglio la vita sull 'intero Pianeta; al­l'intolleranza che discrimina le minoranze etniche e sociali; al crescente divario tra il Nord del mondo, ricco ed industrializzato, ed il Sud povero, dove tanti Paesi sono atta­nagliati dalla fame e dall'indebitamento.

 

ILRAZZISMO

Una malattia purtroppo ancora diffusa dopo tante tragedie del passato.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

In antropologia culturale, la disciplina che studia l'evoluzione dei vari gruppi uma­ni, si definisce "etnocentrismo" l'atteggia­mento di chi giudica gli altri gruppi etnici esclusivamente in base alla propria cultura ed ai valori che da essa derivano. Da questo comportamento, per estensione, nasce la co­siddetta "paura del diverso", cioè un senso di smarrimento che coglie chi si relaziona con culture, atteggiamenti, costumi e con­suetudini differenti dai propri.

Immaginiamo, ad esempio, il caso di un uomo del XXI secolo che si ritrovi im­provvisamente in una tribù primitiva, maga­ri nel bel mezzo di un rituale religioso: qua­le sarebbe la sua reazione? Di sicuro si sen­tirebbe disorientato davanti ad un'esperien­za così distante da quelle a cui è stato abi­tuato nel corso della sua vita quotidiana.

Superato questo primo momento di giustificato imbarazzo, lo stesso individuo potrebbe mostrare interesse per quello a cui sta assistendo, considerandolo un fattore di arricchimento delle sue conoscenze, oppure potrebbe manifestare disprezzo, ritenendolo espressione di una cultura inferiore a quella a cui appartiene. Se dovesse verificarsi la seconda ipotesi, saremmo di fronte ad un caso di discriminazione razziale.

Il razzismo è infatti un atteggiamento che stabilisce rapporti gerarchici tra le po­polazioni umane, esaltando le qualità supe­ riori di un particolare gruppo etnico, il pro­prio, rispetto agli altri.

Un atteggiamento discriminante, se supportato da una teoria o da un'ideologia, può indurre al pregiudizio, all'intolleranza e al desiderio di sopraffazione nei confronti di una "razza" giudicata inferiore.

È quanto avvenne in Germania al­l'epoca del nazismo, quando la teoria della "superiorità della razza ariana" fu il prete­sto per la diffusione dell' antisemitismo pro­mosso da Hitler, di cui furono vittime mi­lioni di Ebrei, prima deportati e poi massa­crati nei campi di concentramento nazisti. Anche l'Italia fascista, per compiacere al potente alleato tedesco, si rese responsabile di pesanti discriminazioni ai danni dei citta­dini italiani ebrei quando nel 1938 furono varate le famigerate "leggi razziali": una macchia disonorevole nella storia del Nove­cento del nostro Paese!

La tragedia degli Ebrei negli anni della seconda guerra mondiale non è purtroppo l'unico episodio di razzismo nella storia dell'umanità. Ricordiamo il triste fenomeno del colonialismo europeo che, nell'Ottocen­to e nella prima metà del Novecento, depre­dò le risorse umane e materiali dell' Asia e dell' Africa, giustificandolo con la presunta superiorità della "razza" bianca. Già prima di allora milioni di Africani erano stati ven­duti come schiavi nelle piantagioni america­ne e solo nel 1863 la schiavitù era stata abo­lita negli Stati Uniti.

Ricordiamo anche il regime segrega­zionista ("apartheid") imposto nel Sudafrica alla maggioranza di colore, costretta a vive­re nei ghetti senza diritti civili e politici, e durato fino agli anni Novanta, quando le lot­ te dei neri ispirate da Nelson Mande1a han­no ristabilito per tutti l'uguaglianza dei di­ritti.

Ricordiamo, infine, gli episodi d'intol­leranza razziale ai danni di tanti stranieri ex­tracomunitari che hanno abbandonato le loro terre d'origine, martoriate dalla miseria e dai conflitti interetnici, e sono giunti nei Paesi ricchi ed industrializzati dell'Occi­dente alla ricerca di migliori condizioni di vita e di lavoro.

Anche l'Italia conosce bene il dramma degli immigrati clandestini e dei profughi: che siano neri, curdi o maghrebini, essi sfi­dano l'ignoto, spinti dalla stessa disperazio­ne e tentano di raggiungere le coste, puglie­si, calabresi o siciliane, dopo lunghi viaggi in mare su imbarcazioni di fortuna.

La reazione di alcuni nostri connazio­nali purtroppo non è all'insegna della civile accoglienza, ma, troppo spesso, dell'intolle­ranza e della xenofobia. Si dimentica che, ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, molti Italiani del Meridione emigrarono in America e in alcuni Paesi del Nord dell'Eu­ropa per trovare un impiego più stabile, pa­tendo probabilmente gli stessi disagi di tanti extracomunitari che attualmente vivono in Italia.

In tanti Paesi dell'Occidente ancora oggi continuano a verificarsi episodi di di­scriminazione e d'intolleranza nei riguardi di minoranze etniche e religiose, nonché de­gli immigrati. Sembra un controsenso che ciò avvenga proprio quando la "rivoluzione digitale" sta avvicinando tutti e rendendo il mondo davvero un "villaggio globale". Pen­siamo ad Internet che, seppur virtualmente, ha ridotto le distanze geografiche e culturali davvero un "villaggio globale". Pen­

siamo ad Internet che, seppur virtualmente,ha ridotto le distanze geografiche e culturali

tra i vari continenti, favorendo la comunica­zione a distanza tra persone che pensano, parlano, si comportano in modo differente. Evidentemente, attraverso il monitor di un computer, non può manifestarsi quella "pa­ura del diverso" a cui si accennava prima.

Bisogna interpretare in modo corretto il significato del concetto di "diversità": è del tutto ovvio ed anche interessante che una persona dalla pelle nera sia diversa da una che ha la pelle bianca, così come lo è chi professa la religione cattolica rispetto ad un musulmano o ad un buddista; l'importante è non considerare l'uno inferiore all'altro.

Finché il confronto con "l'altro da noi" sarà considerato una fonte d'arricchimento culturale e spirituale, non ci potrà essere razzismo ed ognuno sarà in grado di relazio­narsi senza alcun pregiudizio con i numero­si "diversi" che incontra nella vita di tutti i giorni.

Infine bisogna rilevare che è fuori luo­go ormai usare l'espressione "razze uma­ne": le "differenze" tra gli individui non sono riconducibili a presunte "razze", come per gli animali, geneticamente determinate. Lo hanno dimostrato abbondantemente, se mai ce ne fosse stato bisogno, le recenti ri­cerche sul DNA e sul genoma umano. È piùgiusto e scientifico parlare di "etnie", a si­gnificare l'importanza delle diversità cultu­rali sedimentate dai percorsi storici dei po­poli.

 

 

LA SOCIETÀ MULTIETNICA

Si scriva un saggio sulla prospettiva di una società multietnica, aperta all'incon­tro di più culture, che sembra profilarsi in un prossimo futuro.

Tipologia B: saggio breve Ambito: socio-culturale

Divisione in paragrafi:

1) La multietnicità come fattore di arricchi­

mento della società

2) La necessità di far cadere ogni pregiudi­

zio e di promuovere l'accoglienza

3) Il ruolo della scuola nell'educare alla

tolleranza ed alla comprensione di altri

popoli e culture

4) Il mantenimento delle "radici" culturali

nazionali pur nella prospettiva della

multietnicità

1) La nostra società si va configurando sempre più come multietnica e pluricultura­le: il riconoscimento della differenza come valore è il fondamento di una nuova conce­zione, più adeguata, della democrazia, che non esiste come una realtà data una volta per tutte, ma come qualcosa di perCettibile.

Certo, la concezione che abbiamo noi oggi della democrazia, è diversa, ad esem­pio, da quella che si aveva nell'Atene del­l'età di Pericle ed assegna rilevanza e valore alla pluralità e alla diversità.

Questo non significa adagiarsi nella tolleranza di comodo di un pigro relativi­smo, ma apre la strada ad un'etica della re­sponsabilità che può diventare un efficace antidoto all'intolleranza ed al razzismo. Il sponsabilità che può diventare un efficace

antidoto all'intolleranza ed al razzismo. Il

riconoscimento della differenza, sia essa eti­ca, religiosa o di costume, apre la possibilitàal dialogo fra le culture, alla comunicazione fra i popoli, quindi contribuisce a distrugge­re stereotipi culturali e pregiudizi.

È una nuova cultura che deve farsi stra­da e che, in un mondo segnato dalla pluriet­nicità, deve favorire una vera e propria ci­viltà dell' accoglienza, in grado di rendere praticabile l'incontro fra i popoli. Già nel nostro quotidiano, gli immigrati, coloro che professano altre fedi religiose, i diversi da noi non devono essere considerati come l' "inquinamento" di una presunta purezza ed integrità della nostra civiltà, come purtrop­po, in un passato nemmeno troppo lontano, certi pregiudizi razziali inducevano a pensa­re, ma devono essere visti come un autenti­co arricchimento portato alla nostra società.

D'altronde, la stessa storia ci addita, quali esempi di società dinamiche, quelle in cui più popoli, più culture si sono incontra­te: ne era un esempio ieri Roma, la capitale di un impero grande quanto il mondo allora conosciuto, che era un autentico crogiuolo di etnie provenienti da tutte le sue province; ne è un esempio oggi la società americana, dove l'accelerazione del progresso è stata favorita dalla mescolanza di tante etnie, conseguenza del sovràpporsi delle diverse ondate migratorie.

2) La società multietnica e pluricultura­le non può essere assolutamente la societàdella discriminazione e dell' emarginazione. In essa deve invece diventare operante il principio dell'accoglienza. La consapevo­lezza che chi vit<ne, magari da molto lonta­no, a portare il contributo della sua operositàe della sua intelligenza, perché nel suo Paese non gliene si dà la possibilità o, peggio, lo si perseguita, deve renderei disponibili ad ac­coglierlo con calore ed entusiasmo, oltre che con quel pizzico di curiosità che general­mente accompagna, nelle persone intelligen­ti, l'incontro con il nuovo. Deve pertanto ca­dere ogni pregiudizio, rivelatore di scarsa in­telligenza, di limitata curiosità e di paura del nuovo e del diverso, che impedisce ogni in­contro e ogni confronto.

3) La scuola può far molto nell'educare le giovani generazioni all'incontro con le al­tre culture e le altre etnie. Inprimo luogo, in molte aule, soprattutto delle scuole materne, elementari e medie, accanto agli scolari ita­liani già siedono tanti bambini e ragazzi figli d'immigrati extracomunitari; ed è molto bel­lo vedere nelle classi delle nostre scuole degli spicchi di mondo. Insecondo luogo, la scuo­la, lungi dall 'insegnare discipline astratte ed estranee alla vita, deve far sentire più vicini a noi i popoli lontani e deve far conoscere genti diverse attraverso l'incontro con le altre cul­ture. Interzo luogo, una scuola democratica, che opera in un Paese democratico, fonda la sua azione educativa sul principio della tolle­ranza e del libero confronto delle idee.

4) Questo non significa che devono es­sere smarriti i valori della propria identitànazionale e le proprie radici. Come, ad esempio, fino ad oggi abbiamo apprezzato'

che fossero conservate le radiei "locali" di un' entità più ristretta di quella nazionale, quale poteva essere quella etnica o regiona­listica, così adesso devono essere relazionati i valori nazionali con quelli più ampi, aperti all'incontro fra le culture ed i popoli. Tutto ciò, insomma, che arricchisce il patrimonio culturale umano deve essere valorizzato.

 

L'ISLAM E L'ITALIA

La presenza, sempre più massiccia, d'im­migrati musulmani nel nostro Paese im­pone la ricerca di una convivenza che sia in accordo con le loro esigenze religiose e culturali e, nel contempo, rispettosa delle leggi e dei valori democratici dell'Italia.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

Sono circa un milione gli immigrati musulmani oggi in Italia: provengono dai Paesi arabi dell'Africa settentrionale e del Medio Oriente, dal Pakistan, dal Banglade­sh e da alcuni Paesi dell'Africa Nera.

In numero crescente sono pure gli Ita­liani che si convertono all'Islam, alcuni per­ché affascinati dalla grande religione mono­teista fondata sui princìpi del Corano, altri per interessi pratici, matrimoniali o di rela­zioni d'affari con Paesi musulmani.

Sono tante le tessere che compongono il complesso e variegato mosaico dell'isla­mismo e di ognuna di essa si trova traccia in Italia: l'Islam laico, cioè gli immigrati mu­sulmani che non frequentano abitualmente le moschee, i luoghi di culto islamico; l'Islam ecumenico, cioè aperto al confronto con il cristianesimo e l'ebraismo (le altre due grandi religioni monoteiste), al quale aderiscono gli Italiani convertiti praticanti; l'Islam ortodosso, che predica la solidarietà tra i musulmani nel mondo ed ha stretti le­gami con l'Arabia Saudita; l'Islam integra­lista, che coniuga in modo indissolubile reli­gione e politica, senza però violare le leggi italiane.

La massiccia presenza d'immigrati mu­ sulmani nel nostro Paese impone di raggiun­gere una convivenza tra questi e i cittadini italiani, in modo da stabilire un'intesa che consenta ai primi di fruire di misure rispon­denti a specifiche loro esigenze, come poter disporre di cibi preparati secondo i criteri islamici (è noto che i musulmani rifiutano l'alcol e la carne di maiale), di un'assistenza religiosa negli ospedali e nelle carceri, di propri spazi cirniteriali, di moschee nei luo­ghi di maggiore insediamento; e agli Italiani di essere certi che la piena integrazione degli immigrati islamici avviene nel rispetto delle leggi della Repubblica e dei valori democra­tici che la ispirano, ad esempio per quanto ri­guarda la piena parità uomo-donna.

La questione islamica, che forse con un certo ritardo si è imposta nel nostro Paese soprattutto dopo i fatti dell' Il settembre 2001, ha consentito alle forze dell'ordine di accertare che in Italia sono presenti delle ra­mificazioni di Al Qaeda e di altre organizza­zioni islarniche estremiste. È vero che uno Stato laico, ai cui valori s'ispira anche la no­stra Repubblica, non può interferire negli affari religiosi, ma questo non deve impedi­re allo Stato italiano d'isolare le frange isla­miche che praticano il terrorismo e favorire una serena convivenza con la maggior parte dei musulmani moderati.

Dopo i tragici attentati dell' Il settem­bre 2001 negli Stati Uniti e dell'Il marzo 2004 in Spagna, anche in Italia si è diffuso il timore del terrorismo ispirato dal fonda­mentalismo islamico, ma quella che è una giustificata preoccupazione non deve tra­sformarsi in una demonizzazione dei musul­mani, soprattutto di coloro che vivono sta­bilmente e operosamente nel nostro Paese. Bisogna ribadire che l'lslam è prima di tutto una grande religione monoteista pro­fessata oggi da più di un quinto della popo­lazione mondiale. Occorre inoltre precisare che il fondamentalismo non è un elemento esclusivo dell'lslam, ma può svilupparsi nell'ambito di ogni religione, anche di quel­la cristiana, qualora si pretenda di organiz­zare la società rigorosamente secondo i pre­cetti dottrinari religiosi.

Sovente si tende invece a confondere l'islamismo con l'integralismo (termine che indica le frange estremiste, religiosamente intransigenti e politicamente violente), di­menticando che esiste anche un Islam aper­to al dialogo e per niente propenso al terro­rismo.

Il primo passo da compiere sul percor­so della pacifica convivenza tra Italiani ed immigrati musulmani è eliminare ogni for­ma d'ignoranza e di pregiudizio dei primi nei riguardi dei secondi. Le diversità, pur evidenti tra la civiltà occidentale e quella islamica, devono essere vissute come una fonte di arricchimento culturale e spirituale e non come motivo di contrapposizione.

Prima che la distanza tra questi due mondi diventi incolmabile, con evidenti conseguenze negative per entrambi, è ne­cessario stabilire dei solidi punti di contatto e di confronto, magari partendo dal conside­rare la vita quotidiana e quella spirituale come un tutt'uno, cosa naturale per gli Isla­mici, ma non per gli Occidentali che da tem­po sembranq privilegiare le esigenze del "corpo" (l'individualismo e il profitto) su quelle dell' "anima" (la solidarietà e la tolle­ranza).

 

 

LA FAME NEL MONDO

La tragedia di sei milioni di bambini che nel mondo annualmente muoiono per la denutrizione è la più grande emergenza umanitaria del XXI secolo.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

La FAO, l'Organizzazione delle Nazio­ni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, nel suo ultimo rapporto in ordine di tempo ha lanciato un allarme: la lotta contro la fame nei Paesi poveri del Terzo Mondo è in una situazione di stallo, per cui è aumentato il numero di bambini che ogni anno muore per fame, oggi addirittura uno su sette.

Questo significa che sei milioni di pic­coli esseri umani, pari all'intera popolazio­ne infantile dell'Italia e della Francia, cade ogni anno vittima della miseria, della denu­trizione, della mancanza delle più elementa­ri condizioni igienico-sanitarie.

Sono gli effetti più catastrofici della povertà che attanaglia alcune aree partico­larmente degradate del Sud del Pianeta, come gran parte dell' Africa subsahariana e molti Paesi asiatici e dell' America Latina.

La sottoalimentazione rende ovvia­mente i bambini più vulnerabili alle malat­tie: in organismi debilitati e sotto peso, basta una diarrea, il morbillo o un banale attacco influenzale, cioè disturbi che siamo abituati a curare facilmente, per creare dei danni ir­reparabili. Inoltre la malnutrizione nell'in­fanzia ritarda la crescita e l'apprendimento e quindi incide negativamente sull'istruzio­ne e sulla capacità lavorativa, le uniche ri­sorse per uscire dal sottosviluppo. sorse per uscire dal sottosviluppo.

La denutrizione è anche una pesante eredità delle guerre civili e dei conflitti inte­retnici che si sono combattuti o ancora si combattono in alcuni Paesi del Terzo Mon­do, i cui effetti si abbattono sulle popolazio­ni civili, peggiorandone le già precarie con­dizioni di vita. E, come sempre accade, a su­bire le maggiori conseguenze sono ancora una volta i bambini, molti dei quali, quando sopravvivono, restano orfani o menomati nel fisico, nella psiche, negli affetti.

Secondo la FAO, nel 2015 il numero di persone che attualmente soffre di denutri­zione potrebbe essere dimezzato mediante un investimento di risorse pubbliche pari appena allo 0,1 % del Prodotto interno lordo complessivo dei Paesi ricchi. Un risultato che difficilmente si potrà raggiungere, se i finanziamenti allo sviluppo continueranno a decrescere come negli ultimi anni.

In realtà, la denutrizione non dipende dalla mancanza di cibo, bensì dalla disegua­le distribuzione dello stesso: una disparitàche s'inserisce nel più ampio divario esi­stente tra i Paesi ricchi e quelli poveri del mondo. È la contraddizione più stridente del nostro mondo che, ancora nel ventunesimo secolo, vede una parte della popolazione complessiva del Pianeta fruire dei vantaggi e del comfort assicurati dalla tecnologia ed un'altra, la maggioranza, affannarsi alla ri­cerca di condizioni minime di sopravviven­za. Ma poco o nulla si fa in sostanza per ri­durre questo divario; anzi, il processo di globalizzazione dell'economia sembra aver allargato la forbice tra chi corre con il pro­gresso e chi continua a precipitare nel bara­tro della povertà.

Non bisogna dimenticare che, all'origi­ ne del sottosviluppo di tanti Paesi del Terzo Mondo, c'è stata la politica colonialista del­le Potenze europee che, dalla prima metàdell'Ottocento, colonizzarono immensi ter­ritori dell' Africa e dell' Asia, privandoli del­le loro risorse umane e materiali.

Il processo di decolonizzazione, che a partire dagli anni del secondo dopoguerra permise alle colonie di conquistare l'indi­pendenza, non ha arrestato lo sfruttamento perpetrato dalle Potenze occidentali che, anzi, ha assunto una nuova forma, definita "neolocolonialismo". Quest'ultimo non agi­sce mediante l'occupazione politica ed ar­mata dei territori, come avveniva in passato, bensì attraverso un dominio economico, fi­nanziario e tecnologico a distanza e tale da imporre lo "scambio ineguale" tra i prodotti fmiti, ad alto valore aggiunto, dei Paesi ric­chi e le materie prime e i semilavorati, a li­mitato valore aggiunto, di cui dispongono i Paesi poveri del Sud del mondo.

A compromettere ogni tentativo di cre­scita economica del Sud del mondo è l'inde­bitamento accumulato dai Paesi poveri con i governi e le banche degli Stati ricchi: un fe­nomeno che risale al periodo immediata­mente successivo alla decolonizzazione, quando i neonati governi locali si rivolsero all'Occidente per fmanziare i loro program­mi di sviluppo che non si sono mai realizza­ti. Così a quei primi crediti se ne sono ag­giunti altri, con il risultato che attualmente i Paesi poveri non sono in grado neanche di pagare il tasso d'interesse di servizio sul credito ricevuto.

 

PUBBLICITÀ COMMERCIALE E PROPAGANDA POLITICA

La manipolazione delle coscienze attuata, soprattutto attraverso i mass-media, dal­la pubblicità commerciale e dalla propa­ganda politica.

Tipologia D: tema di ordine generale

 

Che cosa significa il tennine "manipo­lazione"? Se consultiamo un buon vocabo­lario della lingua italiana, leggiamo che si­gnifica propriamente "lavorazione di una materia o di un impasto plasmabile, trattan­doli con le mani" e in senso lato indica la manovra o l'adattamento, per lo più svolti con grande perizia e arte consumata, di qualcuno o qualcosa confonne al proprio particolare interesse, previo l'esercizio di autorità o influenza usate con astuta spre­giudicatezza.

La manipolazione presuppone pertanto la presenza di oggetti o, che è lo stesso, di persone e popoli ridotti di proposito a puri oggetti, cioè a mezzi per ottenere un fine de­terminato. La pubblicità commerciale e la propaganda politica, ad esempio, sono tec­niche manipolative nella misura in cui la prima tende a ridurci alla condizione di puri clienti e la seconda ad imporci un sistema d'idee concepito all'inizio come lettura del­la realtà, ma che poi si è sganciato dalla re­altà e si è ripiegato su se stesso, perdendo con ciò la sua forza persuasiva.

AI venditore non interessano la nostra personalità e meno ancora la nostra libertà e il nostro bene: a lui preme una sola delle no­stre innumerevoli funzioni, quella di compratore-consumatore. E per far sì che tale sua riduzione di fatto non sia da noi avverti­ta come imposizione d'inferiorità, lusinga le nostre inclinazioni di base, i nostri istinti. E, poiché tendiamo naturalmente a sopravva­lutare ciò che ci sembra piacevole, pur se dotati di sufficiente orgoglio, accettiamo d'essere sviliti purché adeguatamente lusin­gati. E così, persuasi senza essere convinti, siamo di fatto vinti.

Parimenti, al politicante senza scrupoli, demagogo o tiranno, non interessa né il vero, né il bene, ma l'accettazione da parte degli altri di un sistema di idee rigido, che non riscuoterebbe adesioni per mancanza di forza persuasiva, che può magari essere ca­rico di emotività, ma ha perduto la sua effi­cacia. Per imporre tale ideologia, che è sua solo perché fa i suoi interessi, anche il poli­tico lusinga le tendenze innate della gente, sforzandosi di vanificarne il senso critico.

La pubblicità commerciale e la propa­ganda politico-ideologica agiscono in modo diverso, ma utilizzano gli stessi princìpi e gli stessi strumenti e si configurano come un gioco d'illusionismo che fa credere alla gente quel che vuole e, nel con tempo, ne condiziona vistosamente le scelte. Ambedue blandiscono e lusingano, la prima il pubbli­co di consumatori, la seconda la folla di se­guaci o di elettori, con le stesse azioni con le quali di fatto le strumentalizzano; ne esalta­no il senso di potenza e l'originalità nel mo­mento stesso in cui le privano di entrambe.

Del resto il concetto stesso di massa, come insieme amorfo di semplici individui, è fortemente riduttivo ed ha una connotazio­ne quantitativa più che qualitativa. Ma un milione di persone che, convinte delle­ pro­prie idee, manifestano in piazza con uno scopo ben definito e ponderato non costitui­scono una massa, piuttosto una comunità, forse anche un popolo.

La massa si compone di esseri che si rapportano fra loro come oggetti, per via di giustapposizione o di conflitti. La comunità è invece formata da persone che integrano i loro ambiti di vita, per dar luogo a nuovi ambiti e quindi arricchirsi reciprocamente.

La massa, mancando di coesione inter­na, è facilmente dominabile e manipolabile da parte degli arrivisti dal potere facile. Ciò spiega perché, sia nelle dittature sia nelle democrazie (dato che in entrambi i sistemi politici esistono persone interessate a vince­re senza sentire la necessità di convincere), il primo pensiero di ogni tiranno sia quello di privare la gente della capacità creativa.

Oggi questa azione deprivante si avva­le delle tattiche della persuasione occulta, attraverso quella forma di assedio psicologi­co che definiamo manipolazione e che ha nella televisione la sua arma più formidabi­le. CosÌ, aggirando l'ostacolo della capacità critica del singolo, tramite la lusinga, le tec­niche manipolative penetrano nei recessi più profondi della psiche, liberando istinti, disseminando volontà e desideri che, quan­do affiorano al livello della coscienza, sem­brano originali, autonomi, ma in realtà sono stati indotti. La loro soddisfazione ci appare come atto di libertà personale, ma si tratta di una pseudo-libertà, insita in qualsiasi espe­rienza di fascinazione, che implica estrania­mento e alienazione, mentre la libertà vera, quella per la creatività, ne è l'esatto contra­rio ed è la sola che conduce al pieno svilup­po della personalità.

 

I GIOVANI E LA MUSICA

La musica, linguaggio universale dei gio­vani di oggi.

Tipologia B: saggio breve Ambito: socio-culturale

Divisione in paragrafi:

l) Il linguaggio universale della musica 2) l concerti come occasioni d'incontro e di

scambio culturale

3) Musica e libertà


Ýòà ñòðàíèöà íàðóøàåò àâòîðñêèå ïðàâà

allrefrs.ru - 2019 ãîä. Âñå ïðàâà ïðèíàäëåæàò èõ àâòîðàì!